domenica 3 maggio 2015

Nek parla di "Medjugorje" e dice «Leggete il vangelo, Dio cambia la vita»


Siamo fatti per amare, lo ha cantato lui stesso nell’ultima edizione del Festival di Sanremo, e l’amore prevede anche di chiedere scusa. Realisticamente, tutti i giorni. «Saper domandare perdono è una cosa che si impara da piccoli», dice Nek. «È la prima cosa che cerco di insegnare a mia figlia: nelle piccole come nelle grandi cose, bisogna avere l’umiltà di riconoscere gli errori prima che l’orgoglio s’insinui tra i sentimenti». A due mesi dal Festival che lo ha visto protagonista (secondo posto in classifica generale e premio miglior cover) Filippo Neviani continua ad avere incalzanti impegni professionali, ma decide di dedicare del tempo ai lettori di Credere perché, dice, la fede va testimoniata e lui non si tira indietro.


Nek, partiamo da lei, come si definirebbe?



«Sono un ottimista, ma è Dio che mi dà una carica particolare. Anche all’ultimo Festival ero sereno, e difatti tanti l’hanno capito semplicemente guardandomi in faccia. Ho sempre avuto fede, i miei genitori mi hanno insegnato i valori cristiani, ci tenevano che io frequentassi la parrocchia: l’oratorio mi ha fatto crescere con uno spirito positivo».



Come vive il rapporto con Dio?



«Anche se non sono sempre ligio e a volte perdo l’equilibrio, ogni giorno lo ringrazio e prego perché mi sostenga. La fede è un cammino quotidiano, serve soprattutto per affrontare le difficoltà della vita. Dio entra e opera nella disponibilità di ciascuno di noi».



Ha pregato anche in occasione di Sanremo?



«Certo, nei giorni precedenti al Festival ho pregato Dio assieme al mio assistente spirituale. Ho chiesto al Signore di proteggere la mia gola. Ho vissuto la kermesse con una gioia e una serenità troppo strane perché le avessi costruite io personalmente... e non ho avuto problemi di salute. Sono poi andato alla Messa per gli artisti senza dire niente a nessuno, e ho ringraziato Dio per l’esperienza di successo e grazia».



Al Teatro Ariston si è esibito tre volte. Ma qual è stato il suo primo palcoscenico?



«Quello della parrocchia San Giorgio a Sassuolo. Ho anche cantato nel coro della chiesa. Con gli amici dell’oratorio avevamo fondato un gruppo, i Winchester, suonavamo John Denver, musica country. Solo poi sono passato al rock». Cosa serve per crescere nella fede? «Sono gli incontri e i testimoni che ti cambiano, poi serve curiosità. Per lo meno, per me è stato così».



Quali sono state le figure più importanti nel suo cammino di credente?



«Chiara Amirante e gli amici della comunità di Nuovi orizzonti, innanzitutto. Prima di incontrarli la fede per me era legata all’andare a Messa, ero un credente tiepido. Da quando ho conosciuto Nuovi orizzonti, dentro di me è scattato qualcosa: mi hanno presentato Dio in maniera diversa, vicina, concreta, non come facevano una volta a catechismo, e così ho voluto sperimentare, toccare con mano quello che mi raccontavano a parole».



Cosa le hanno rivelato di Dio che l’ha così tanto colpita?



«Semplicemente hanno portato Dio dal cielo alla terra. È come se Chiara mi avesse detto “ti presento mio padre, che è anche il tuo”. Dio non è più stato un dogma, ma una presenza, un genitore che elargisce consigli, che è vicino, proprio come un padre».



Grazie a Chiara Amirante, è diventato “Cavaliere della luce”. Che cosa significa?



«Significa sentirmi chiamato a sussurrare alle persone che Dio non lascia soli, che il caso non esiste. Non sono un teologo, un santone, un asceta, ma anche la Madonna l’ha sempre detto: il modo migliore per parlare di Dio agli altri è l’esempio. Così, attraverso me e le mie esperienze, penso di poter trasmettere qualcosa agli altri: quando hai pace interiore riesci a parlare chiaramente, a risolvere molti dubbi».



Diceva che con Nuovi orizzonti ha iniziato a vedere Dio come un padre. Al suo, Cesare, lei era molto legato...



«Sì, è morto nel 2012 dopo due anni e mezzo di malattia. Era il mio punto di riferimento, la sua morte è stata un grande dolore, mi ha lasciato un senso di vuoto. Però, mentre stava per andarsene una parte importantissima della mia vita, è nata mia figlia Beatrice: è arrivata proprio mentre lui si indeboliva, è stata quasi una compensazione da parte di Dio. Mio padre ha fatto poi in tempo a vederla nascere e l’ha anche cresciuta per un po’». Ora che a sua volta è papà di Beatrice, come vive la paternità? «Un figlio è il più bel regalo che la vita ti possa dare. Beatrice Maria, il cui nome significa portatrice di gioia, è nata il 12 settembre, onomastico della Madonna, e l’abbiamo consacrata al Cuore immacolato. Sono convinto che la nostra piccola sia un regalo di Dio, e penso anche che Beatrice sia particolarmente protetta dall’alto».



Condivide la fede con sua moglie Patrizia?



«Sì, abbiamo conosciuto assieme Chiara Amirante e assieme abbiamo deciso di dedicarci alla testimonianza: tutte le volte che visito una comunità lo faccio con Patrizia. Grazie a Dio, questo è un percorso che facciamo assieme: quando uno perde le staffe si ritrova e ritrova Dio nella stabilità dell’altro».



Avete battezzato Beatrice poco dopo la nascita o avete deciso di aspettare e lasciare a lei la scelta del sacramento?



«L’abbiamo battezzata a pochi mesi: per me e mia moglie era importante darle subito questa grazia. Ogni genitore può fare quello che vuole, ma devo dire che mi fa specie quando sento qualcuno che dice di voler lasciare libero il figlio. In ogni caso, penso si abbia la responsabilità di spiegare ai bambini cosa significhi il Battesimo e il diventare cristiani».



Nelle sue canzoni parla spesso di Dio. Non ha paura che ciò le faccia perdere dei fan?



«Può darsi anche che io abbia già perso qualche fan però nelle canzoni parlo di me, e quindi per forza anche della mia fede. Ho avuto diversi “scontri” con i miei collaboratori, ad esempio quando ho scelto di presentare come singolo Se non ami, in cui c’è un verso in cui dico: “Se non ami, non ha senso tutto quello che fai”. Il dubbio di tanti era che non rientrasse nei canoni commerciali, era troppo controcorrente. Io però, pur nel rispetto degli altri, mi sono sentito di dare spazio alla fede. Oggi non c’è un mio disco in cui non ci sia un qualche riferimento a Dio: nell’ultimo album, ad esempio, canto che “la Verità ci rende liberi”, proprio citando Cristo».



I fan l’hanno vista anche a Medjugorje: cosa rappresenta per lei questa meta?



«Medjugorie è un luogo tranquillo che infonde serenità, per me è come andare a casa, ci sono andato già sei volte. A me serve per ridimensionare le esperienze: nel marasma della vita e della professione a volte mi perdo i pezzi, mi dimentico di ringraziare, di fare gesti di carineria, oppure sbaglio senza accorgermene. Lì invece trovo occasione per stare con me stesso, il tempo si dilata e riesco a fare l’esame di coscienza. Torno a casa con un lenzuolo bianco al posto dei vestiti... candido, fino a che non lo sporco nuovamente». A chi consiglierebbe di andare a Medjugorje?



«Ci porterei alcuni colleghi, perché noi cantanti abbiamo un lato inquieto. Tanti mi fanno domande, c’è molta ricerca, molto bisogno di spiritualità. Andare a Medjugorje fa bene all’ego, ti rendi conto dei drammi altrui e di quanto sei fortunato».



A un giovane che si scontra con la Chiesa-istituzione, cosa vorrebbe dire riguardo alla fede?



«Gli direi di non fermarsi a quello che dicono gli altri e che anche i sacerdoti, come tutti gli uomini, sono soggetti a tentazione. Bisogna leggere il Vangelo e verificare se questa lettura nella vita porta frutto o porta danno. Dal mio punto di vista per assaporare ogni giorno in maniera più forte, più emozionante, bisogna guardare a chi, duemila anni fa, ha detto che l’amore più grande è pensare agli altri prima che a se stessi».
(Testo di Laura Bellomi)

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