giovedì 16 aprile 2015

Antonio Cospito vive l’invalidità civile senza l’aiuto di genitori e parenti


Il cristiano ha un unico messaggio da trasmettere al mondo: siamo tutti figli di un Padre amoroso, che ci ha pensati e amati dall’eternità. È il messaggio che Gesù, figlio di Dio, ha testimoniato con la sua vita e la sua morte ed è il messaggio che si vuole far arrivare a tutti i figli di Dio che si dibattono nei gorghi dell’ansia o della depressione. Ma perché questo messaggio è così importante? Prima di tutto perché sapere di avere un Padre che ci segue da vicino in tutta la nostra vita e un Fratello maggiore che vive dentro di noi sacramentalmente allevia l’angoscia della solitudine. Poi perché la certezza di questa realtà d’amore dà un senso alla nostra sofferenza: nell’amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo nulla di quello che facciamo o subiamo perde il suo valore. Infine perché in questa realtà d’amore anche la preghiera di guarigione acquista una forza straordinaria: i Tre - Padre, Figlio e Spirito Santo - si commuovono al punto tale da aiutarci a vincere il male, oppure ci danno la forza di accettarlo con serenità.

La vita non è facile! Ma credo che siamo tenuti a evitare il rischio di sopravvivere, perché siamo nati per vivere! Ansia, depressione, malattia e sofferenza ci possono schiacciare. Desidero indicare, oltre a quanto fin qui scritto, un percorso, quasi una sintesi, un semplice aiuto per vincere la sofferenza.

Si tratta di quattro momenti che aiutano a vivere la malattia-sofferenza in modo diverso:

· ringraziare i Tre - Padre Figlio e Spirito Santo - anche nella malattia-sofferenza
· abbandonare ai Tre la malattia-sofferenza
· pregare i Tre anche nella malattia-sofferenza
· attendere con fiducia, aiuto e guarigione della malattia-sofferenza

Ringraziare lodare i Tre anche nella malattia-sofferenza

Non è facile ringraziare e ancora più lodare i Tre quando si è nella sofferenza. È più facile pensare che siamo stati abbandonati; comprendere che anche nel dolore possiamo ricevere benedizione, è umanamente difficile. «Chi lodasse Dio, sarebbe in paradiso anche se fosse all’inferno » (Silvano Fausti, op. cit.). Lodare Dio con la Parola di Dio: «Il mio cuore esulta nel Signore, la mia fronte s’innalza grazie al mio Dio» (Sam 1,21).

«E noi, tuo popolo e gregge del tuo pascolo, ti renderemo grazie per sempre; di età in età proclameremo la tua lode» (Sal 78,13). «Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli» (Sal 88,22), e sciogliere la lingua contrita dal dolore è fare l’esperienza dell’amore.

Ricordare la sofferenza (solitudine, amarezze, contrarietà, incomprensioni...), consegnarla ai Tre e poi ringraziare, lodare: «Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto» (Sal 117,28). È vivere l’esperienza dell’amore puro, più grande; è già un sentire la sofferenza meno faticosa perché lenita da Dio-Trinità-Amore-Dono.

Ireneo di Lione afferma: «La gloria di Dio è l’uomo vivente» (Epideixis, 42), ma l’uomo è vivo se ama, ringrazia e loda Dio. «Il vivente, il vivente ti rende grazie come io oggi faccio» (Is 38,19). Chi loda Dio è contento di Dio, è contento che Dio sia Dio e confida in lui, crede che si prende cura di lui anche nel dolore e nella sofferenza.

«In ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (1 Ts 5,18). «Rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 5,20).

Abbandonare ai Tre la malattia-sofferenza

Auschwitz, Birchenau, Mathausen, Dachau... memoria dell’imbarbarimento stermino nazista, uomini e donne «sfidarono il peggio del peggio per insegnare ai più giovani coraggio e dottrina politica. Ci furono preti che dicevano chissà come la messa, o assistevano i morenti usando barattoli arrugginiti per il calice e il ginocchio per altare. [...]

Uomini e donne di ogni Paese impararono a convivere in quell’inferno. Impararono ben presto a non odiare perché ebbero subito la misura di quanto l’odio diminuisca l’uomo» (AA.VV., Dossier Lager, a cura di Ferruccio Maruffi, Stamperia Rainolfo, Cuneo). Con la loro vita hanno insegnato all’umanità ad abbandonare al Signore la sofferenza, forti dell’esperienza che «nell’abbandono confidente sta la vostra forza» (Is 30,15).

Dobbiamo guardare ai Tre, fissare lo sguardo in Gesù che «... si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori » (Is 53, 4), «gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi» (1 Pt 5, 7), perché è Lui la nostra vita: «Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”» (Rm 8,14-15). È questo l’abbandono gradito al Padre in quanto è realizzato con il cuore di figlio.

Pregare i Tre anche nella malattia-sofferenza

Pregare il Padre senza stancarsi: «Quando pregate, dite: “Padre”» (Lc 11,2). Nel nome di Gesù: «qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò» (Gv 14,13-14).

Mediante lo Spirito Santo «Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26).

Nella preghiera siamo tenuti a lasciare emergere ciò che veramente abbiamo nel cuore. «Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete» (Mt 21,22). «La preghiera è il segreto per farcela! Sempre!» scrive Padre Andrea Gasparino, autentico maestro di preghiera. «Non c’è problema che non possa venire risolto dalla preghiera. Non c’è tentazione, lotta, prova che non possa venire superata con la preghiera. Con la preghiera avete la potenza di Dio in voi, a vostro servizio. Non disperate mai!

Non disperate mai, in nessuna situazione, perché la preghiera è sicurezza» (Andrea Gasparino, Padre Nostro, Elledici). «Chi tra voi è nel dolore, preghi... Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con

fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati» (Gc 5, 13-16).

Attendere con fiducia aiuto e guarigione della malattia-sofferenza

Attendere con fiducia è credere che Dio provvede. «Il Signore è la mia forza e il mio scudo, ho posto in lui la mia fiducia; mi ha dato aiuto ed esulta il mio cuore, con il mio canto gli rendo grazie» (Sal 27,7), perché «la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (Sal 145,9).

Dio è fedele e mantiene le sue promesse, ma può operare su di noi solo quando ci apriamo alla fede. «Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4). Avere fede è credere che «grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge» (Lc 1,78), Colui che ha detto che tornerà «non ritarda nell’adempiere la sua promessa» (2 Pt 3,9). La bontà dei Tre ci spinge ad attendere con fiducia, aiuto e guarigione perché «il Signore è padre e madre della mia vita» (Sir 23,1), sostenuti dalla Parola che «come è la tenerezza di un padre verso il figlio così è la tenerezza del Signore verso quelli che lo cercano» (Sal 102,13).

Chi attende con fiducia non si chiude in se stesso, non ha il paraocchi che non gli permette di vedere i bisogni degli altri. Tutt’altro, è capace di pensare agli altri, ha un cuore generoso, sa che mentre pensa agli altri, Dio pensa a lui. Attesa non è porre dei termini a Dio, non è lamentarsi per i ritardi di Dio secondo il nostro modo di pensare. Attesa è credere che Dio ci concede il necessario, ciò che serve per il momento presente, per la salvezza eterna.

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Antonio Cospito – Dehoniano Orante
Sito Web: www.antoniocospito.eu