giovedì 9 ottobre 2014

Roberto Vecchioni: Il cantautore milanese ci parla della sua spiritualità


È un Roberto Vecchioni nuovo in un disco di inediti quello che si mostra in Io non appartengo più, uscito per la

Universal, a distanza di sei anni dall’ultimo Di rabbia e di stelle. E la copertina del cd lo ritrae su un ring deserto, seduto su una poltrona, gli occhi puntati al cielo.

Ed è un cantautore intimo quello che si mette a nudo nell'intervista a “ Credere" e svela la sua spiritualità, tiepida negli anni giovanili ma riscoperta nella maturità: «C’è chi ha la fortuna, o anche la sventura, di credere, perché la fede non è sempre una fortuna, ma certo è una consolazione. Chi non ce l’ha questa fortuna o sventura, non per questo, nella sua miscredenza, nel suo modo di essere indifferente di fronte all’eterno, ha meno debiti rispetto alla vita: ne ha altrettanti, anzi, forse ne ha ancora di più. D’altra parte, se io sono un credente, non per questo devo considerare di meno quelli che non lo sono e, anzi, vivono magari una vita da perfetti gentiluomini. E Dio questo lo sa».

«I miei genitori volevano fortemente che ricevessi un’educazione cattolica – racconta –. Ho frequentato l’Università Cattolica, ma sono stato anche un pasionario in università, ho fatto il ’68 combattendo dalla parte degli studenti, con gli insegnanti per gli studenti. Non ero un gran credente. La fede è venuta col tempo e con la vita, rimuginando e pensando, soprattutto davanti alle difficoltà dell’esistenza. I dolori sono stati tanti, tantissimi: mi hanno fatto nascere l’idea che ci dovesse essere una ragione per la sofferenza, non potevano essere casuali. Erano qualcosa di simile a una prova. In questo sono un po’ manzoniano (ride). Pensare di essere indipendenti per trenta, quarant’anni della propria vita e accorgersi poi che basta un niente per portarti alla fine, e allora dire: “No, no, no. Allora io da solo non basto”. Sì, io a Dio ci credo».

È un Roberto Vecchioni nuovo in un disco di inediti quello che si mostra in Io non appartengo più, uscito per la

Universal, a distanza di sei anni dall’ultimo Di rabbia e di stelle. E la copertina del cd lo ritrae su un ring deserto, seduto su una poltrona, gli occhi puntati al cielo.

Ed è un cantautore intimo quello che si mette a nudo nell'intervista a “Credere" e svela la sua spiritualità, tiepida negli anni giovanili ma riscoperta nella maturità: «C’è chi ha la fortuna, o anche la sventura, di credere, perché la fede non è sempre una fortuna, ma certo è una consolazione. Chi non ce l’ha questa fortuna o sventura, non per questo, nella sua miscredenza, nel suo modo di essere indifferente di fronte all’eterno, ha meno debiti rispetto alla vita: ne ha altrettanti, anzi, forse ne ha ancora di più. D’altra parte, se io sono un credente, non per questo devo considerare di meno quelli che non lo sono e, anzi, vivono magari una vita da perfetti gentiluomini. E Dio questo lo sa».

«I miei genitori volevano fortemente che ricevessi un’educazione cattolica – racconta –. Ho frequentato l’Università Cattolica, ma sono stato anche un pasionario in università, ho fatto il ’68 combattendo dalla parte degli studenti, con gli insegnanti per gli studenti. Non ero un gran credente. La fede è venuta col tempo e con la vita, rimuginando e pensando, soprattutto davanti alle difficoltà dell’esistenza. I dolori sono stati tanti, tantissimi: mi hanno fatto nascere l’idea che ci dovesse essere una ragione per la sofferenza, non potevano essere casuali. Erano qualcosa di simile a una prova. In questo sono un po’ manzoniano (ride). Pensare di essere indipendenti per trenta, quarant’anni della propria vita e accorgersi poi che basta un niente per portarti alla fine, e allora dire: “No, no, no. Allora io da solo non basto”. Sì, io a Dio ci credo».

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Rete Cattolica - Ufficio Stampa
Art Director - Antonio Cospito
Sito Web: http://www.cattolici.eu